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Le dichiarazioni

Autonomia differenziata sì, ma “con una legge quadro”. “Non un vestito d’Arlecchino”

“Speriamo che possa essere approvata dal Parlamento entro la fine della legislatura”

Autonomia differenziata sì, ma “con una legge quadro”. “Non un vestito d’Arlecchino”
Attualità Siena, 08 Giugno 2022 ore 09:37

Il regionalismo e l’autonomia differenziata hanno un senso e possono far crescere l’Italia e i suoi territori. Ma con precise precauzioni.  “Senza che ci sia una Regione privilegiata – sottolinea il presidente della Toscana, Eugenio Giani – e dunque all’interno di una legge quadro, così come ha proposto nel suo modello la ministra Gelmini:  evitando invece che si risolva tutto in una trattativa e in un’intesa tra Stato e singola Regione”. Sì all’autonomia, ma non a briglia sciolta.  “Ha senso a patto che non si trasformi in un vestito d’Arlecchino” precisa l’ex presidente della Toscana Vannino Chiti, alla guida della Regione dal 1992 alo 2000. Con la barra ben dritta dunque sulla “difesa dei diritti fondamentali”.  “Rispettando – aggiunge la ministra agli affari regionali Mariastella Gelmini – i livelli essenziali di prestrazione” e dunque escludendo quelle materie e funzioni dall’autonomia. “Con queste premesse – è convinto Giani – le Regioni e i territori possono crescere. E con loro i servizi ai cittadini”. Una sfida, quella dell’autonomia differenziata, che parla anche di semplificazione e sburocratrizzazione e di specicità da valorizzare.  Nel solco di un regionalismo che, tra i suoi padri, annovera il toscano Pietro Calamandrei, come ricorda ancora Giani.

Il tema è stato al centro dell’evento che si è svolto a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, sede della presidenza della giunta regionale toscana, per celebrare le prime elezioni che si svolsero il 7 ed 8 giugno 1970. Cinquantadue anni di Regione alle spalle e l’idea di un regionalismo differenziato all’orizzonte, in un quadro però di forte unità nazionale con maggiore autonomia su alcune limitate materie oggi in concorrenza con lo Stato. Anche per valorizzare peculiarità od esperienze di governo.

Se ne discute da cinque anni
Di autonomia differenziata si parla in Italia da almeno il 2017, da quando, in base all’articolo 116 della Costituzione, tre regioni – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – per prime hanno avviato un percorso che ha portato alla firma, a febbraio del 2018, di altrettanti accordi preliminari di regionalismo differenziato. Oggi sono nove le regioni che hanno avanzato richiesta: tra queste (oltre a Piemonte, Liguria, Marche, Umbria e Campania) anche la Toscana, che nel 2018 si è candidata per una maggiore autonomia, limitata e concertata, e ad ottobre 2019 ha avviato il negoziato con il Governo.  Nel frattempo l’architrave della riforma è cambiata e l’idea comune di Regioni e Governo è stata quella di inserire il tutto all’interno di una legge quadro. “Speriamo – si augura Giani – che possa essere approvata dal Parlamento entro la fine della legislatura”.

Con la pandemia riflettori sulle Regioni
“La tremenda stagione della pandemia e del Covid-19 ha visto che crescere la consapevolezza dei cittadini sul ruolo e sulle funzioni delle Regioni – ricorda Giani - Ma non tutte le Regioni sono uguali e ci sono caratteristiche e peculiarità che con una maggiore autonomia possono essere meglio valorizzate”. Cita, tra tutte, i beni culturali (in particolare la loro promozione) e la geotermia. "In Toscana abbiamo il 20-25% dei beni culturali di tutta Italia – spiega – e la geotermia l'abbiamo solo noi e garantisce il 30 per cento dell’energia che consumiamo in tutta la regione: oltre il 50 per cento con idroelettrico e fotovoltaico”.  E poi c’è il governo del territorio, per difendere sviluppo sostenibile e dare gambe all’attuazione anche del Pnrr. Tre possibili materie d’autonomia che già erano al centro delle dieci su cui la Toscana nel 2018 aveva chiesto maggiori spazi: assieme all’ambiente, prima in capo alle Province ed allora tornato, almeno in Toscana, alla Regione, assieme al lavoro  e al coordinamento della finanza pubblica e delle autonomie locali, assieme all’istruzione tecnica professionale e la formazione, assieme ai porti (comprese le concessioni demaniali), l’accoglienza e assistenza ai rifugiati e la sanità, dove la richiesta di particolare autonomia riguardava allora l’organizzazione, la gestione delle risorse professionali e l’intramoenia, la formazione specialistica, le tariffe e la compartecipazione alla spesa, il patrimonio edilizio e l’equivalenza terapeutica dei farmaci.

La ministra rassicura sulle prestazioni essenziali
“Anche la Toscana dimostra interesse nei confronti dell’autonomia e questo è un fatto importante” dichiara la ministra per gli affari regionali e le autonomie Mariastella Gelmini. “Come ministero – prosegue - stiamo definendo i contenuti della legge-quadro e ci auguriamo che prima del termine della legislatura ci sia la possibilità di approvare questo testo in Consiglio dei ministri per poi portarlo all’esame del Parlamento”. “Faremmo l’interesse del Paese – sottolinea  - se facessimo uscire il dibattito sul tema del regionalismo dalla contesa politica contingente, quella che vede la battaglia per l’autonomia come una battaglia di destra. Non è evidentemente così. E va, a mio avviso, a merito del presidente Giani e prima di lui del presidente Bonaccini, aver posto, nelle rispettive Regioni, il tema dell’attuazione della riforma del Titolo V e dell’articolo 116 comma 3, quello che prevede la concessione di maggiori poteri alle regioni e di cui discuteremo nel nostro dibattito”. “Punto sensibile del dibattito sull’autonomia, anche se più tecnico, - ha spiegato poi  Gelmini - è il suo incrocio con il rispetto dei livelli essenziali di prestazione, i Lep, che devono essere garantiti a tutti sull’intero territorio nazionale, come dispone l’art. 117  della Costituzione. Il testo della legge quadro di attuazione dell’art. 116 a cui stiamo lavorando parte dall’incontestabile dato di fatto che l’autonomia differenziata è un accordo bilaterale tra lo Stato e la Regione che la chiede. Pertanto, la legge quadro sarà rispettosa dei Lep, prevedendo che l’autonomia non potrà essere data per quelle materie e funzioni già definite, sebbene possa costituire anche occasione per un nuovo impulso al loro processo di definizione assieme ai relativi costi e ai fabbisogni standard”.

Non fare come la Catalogna
Di  una cosa è convinto Vannino Chiti, che dopo essere stato presidente della Toscana dal 1992 al 2000 è stato anche ministro per le riforme istituzionali nel secondo governo Prodi. “Occorre riempire di contenuti nuovi il regionalismo e l’autonomia differenziata  - dice - per non scadere in ciò che è accaduto in Catalogna e che ha mortificato le speranze dei cittadini. A suo giudizio la Toscana, insieme all’Emilia Romagna e alla Lombardia, sono state alla guida del processo di costruzione delle Regioni, con la Toscana che affinò la sua funzione di governo fondata sulla programmazione, delegando a Province e Comuni la gestione amministrativa.

Ha ricordato poi che negli anni Novanta proprio a Firenze fu eleborata una proposta di sussidiarietà orizzontale tra istituzioni e associazioni e una verticale, tra Stato Regioni e autonomie locali, che ormai fa parte della nostra Costituzione. Ma a quella riforma si accompagnò il centralismo finanziario che condiziona le Regioni e contraddice l’articolo 119 della Carta costituzionale che dichiara invece che “Comuni, Province, città metropolitane e Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa”.

Ad inizio secolo l’elezione diretta dei Presidenti di Regione ha dato stabilità, ricorda, ma servono un bilanciamento dei poteri tra esecutivi ed assemblee elettive e l’introduzione dell’elezione diretta anche del vicepresidente della Regione, mentre non può essere aggirato il limite dei due mandati, perché il regionalismo non può essere degradato a satrapia.

Chiti ha auspicato anche la trasformazione del Senato in Camera delle Regioni, ma ha ammonito che le riforme giungono a compimento se vi è un’intesa reale tra le principali forze politiche, mentre non convincono commissioni straordinarie o bicamerali. “Sarebbe sufficiente una mozione di indirizzo approvata dalle Camere – dice - , anche se la riforma delle istituzioni non è materia affrontabile al termine della legislatura. Resta però un tema cruciale per il Paese”.

Per Chiti sarebbe opportuno cambiare anche la legge elettorale, permettendo ai cittadini di scegliere attraverso due schede diverse i candidati della quota maggioritaria distinguendoli da quelli della quota proporzionale.

Autonomia con clausola di supremazia 
Quanto all’autonomia regionale differenziata resta valida la proposta avanzata unitariamente venti anni fa dalle Regioni: autonomia non riguardo alle competenze, ma per i tempi in cui ogni Regione verrà ad assumerle, in base all’efficienza dimostrata e al proprio bilancio. E va attuata in un quadro di coesione e solidarietà nel Paese, evitando che l’Italia vesta per l’appunto “il costume di Arlecchino e non indebolendo il fondo perequativo né la responsabilità dello Stato di colmare con quello gli squilibri territoriali.

A queste condizioni ben venga la proposta di Giani di avere in Toscana competenze più marcate su cultura e turismo. E ben venga l’autonomia differenziata, per rendere il regionalismo davvero protagonista.  Per Chiti però – e conclude - dovrebbe comunque essere introdotto nella Costituzione il “principio di supremazia”, presente nelle Costituzioni degli Stati federal: servirebbe ad “evitare che una nazione si disarticoli di fronte alle emergenze”. La pandemia insegna, anche da questo punto di vista.

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